Addio, Professore

Ma d’altro canto […] dà diritto di parola a legioni di imbecilli, i quali prima parlavano solo al bar dopo due o tre bicchieri di rosso e quindi non danneggiavano la società. […] Sono della gente che di solito veniva messa a tacere dai compagni […] e che adesso invece ha lo stesso diritto di parola di un premio Nobel. […] Credo che dopo un poco si crei una sindrome di scetticismo, la gente non crederà più a quello che gli dice Twitter. All’inizio è tutto un grande entusiasmo, a poco a poco dice: chi l’ha detto? Twitter. Allora tutte balle.” (Umberto Eco e i social).

È facile tacciare parole del genere di “repressione”, “arroganza”, addirittura “fascismo”. Ciò che sfugge, tuttavia, è il loro significato più profondo. Oggi, mentre il mondo intero saluta Eco e il suo genio, è quanto mai importante tenere fresca la memoria di uno dei suoi più grandi insegnamenti.

Sul web, esiste una sorta di “egualità”. Il medesimo diritto di parola viene concesso ad un contadino del Sud Tirolo, a uno studioso di geofisica di Melbourne e a un conduttore di televendite di microonde rosa caramella di Bali. È, in linea del tutto ipotetica, la società perfetta – non esiste una scala gerarchica, non esistono prevaricazioni, non esistono persone con più diritti di altre. In un’utopia del genere, però, viene a galla un problema di base, lo stesso identificato dal Professore, e l’origine di una sempre più dilagante ignoranza scientifica.

Gente che «di solito veniva messa a tacere dai compagni» e che adesso «ha lo stesso diritto di parola di un premio Nobel». O, magari, di più.

Su Internet, l’ego cresce e si espande fino a divenire un superego: ognuno si sente più sicuro di sé, ognuno si crede migliore, in un’arena di leoni orgogliosi che combattono con mitragliatrici Uzi. L’affermarsi di questa “superbia” porta, inevitabilmente, ad un altro processo. Un fenomeno che chiamerò “Università della Strada”: la tendenza di chi, in mancanza di conoscenze concrete, tira in ballo la propria “esperienza” personale.

fuffa
(Personalissime ricerche di un laureando alla Facoltà della Fuffa.)

Una tendenza profondamente pericolosa: se, da un lato, porta al credere in teorie nel migliore dei casi discutibili, perché originate felicemente dalla propria vita (ogni scarafaggio è bello a mamma sua), dall’altro svaluta terribilmente la cultura scientifica. Perché imparare, perché studiare, quando si può dedurre tutto da sé?

Ci sono ambiti in cui la libertà d’opinione è un valore importantissimo.
L’amore. La musica. L’arte. La letteratura. Le scelte di vita.
Ma c’è un singolo reparto, un piccolo spazio dell’universo, in cui non esistono “opinioni”. Esistono teorie, esistono prove, esistono sperimentazioni.
La scienza non è un’opinione: la scienza è oggettiva.
Ma questa è un’idea che, ormai, va perdendosi. A causa di quell’arroganza, di quella mancanza di consapevolezza della propria ignoranza.

I rischi del crollo della cultura scientifica sono infiniti. Si va dai movimenti contro i vaccini, al metodo Stamina, alle cure “alternative”, a chi dilapida migliaia di euro in acqua e acqua (ciao, omeopatia).

Internet pone tutti sullo stesso livello, ed è giusto che sia così.
Ma è anche giusto che, quando si parla di scienza, gli imbecilli imparino a tacere. L’ignoranza non è peccato finché non ignora sé stessa. E, nell’arroganza di farlo, non affossa chi ignorante non lo è.

Addio, Professore. Ha profetizzato un declino che sarà nostro preciso compito impedire.

 

gelsomini(Il gelsomino sul davanzale del mio salotto è un po’ timido, ma dopo una spruzzatina di Brandy diventa simpaticissimo.)

 

Ad maiorem Ramelli gloriam.

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2 thoughts on “Addio, Professore

  1. Mi sembra di leggerci galileo, ogni tanto. D’altronde internet è nato come mezzo di condivisione di conoscenze, era inevitabile che sarebbe stato utilizzato tanto dalla scienza quanto dall’ignoranza. E quant’è più interessante e divertente credere che in realtà non siamo poi tanto diversi da quei strani e affascinanti giganti dalla pelle blu?

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