Weekend a stelle e strisce.

Dall’altra parte dell’oceano, nel paese a stelle e strisce, viene disputato il campionato di pallacanestro ritenuto da molti il piu spettacolare ed affascinante del globo: la NBA (National Basketball Association). Come è di abitudine in America per quasi ogni sport di squadra, a metà dell’anno sportivo, le squadre si fermano per un weekend ed i migliori giocatori (votati dai tifosi di tutto il mondo) partecipano al “All Star Weekend”, nel quale quest’ultimi si affronteranno in diverse sfide d’abilità.

Oggi sono qui per raccontarvi e criticare le bellezze e le pecche di questo evento svoltosi lo scorso weekend, dal 12 al 14 febbraio.

BBVA RISING STAR
In questa partita si affrontano due squadre composte dalle giovani promesse della lega.

Per partecipare bisogna essere “rookie” (al primo anno da professionista) o “somephore” (al secondo anno).

Da un paio di anni la NBA ha deciso di dividere in due il gruppo di ragazzi (24 in totale) tra USA contro World: questa geniale trovata del presidente Stern spinge e fa leva molto sul patriottismo americano. Lo share televisivo è salito alle stelle quest’anno sia per la qualità che era presente sul campo, sia per la rivalità ed il paragone tra le due promesse che si sono affermate nel corso della prima frazione di campionato: l’americano Karl Anthony Towns e il lettone Kristap Porzingis, il primo giocatore dei Minnesota Timberwolves e il secondo dei New York Knicks. Per fare un paragone in campo cinematografico per il pubblico è stato come vedere un remake di Rocky IV, dove Stallone sfidava all’ultimo sangue il freddo Ivan Drago.

Risultato finale? USA batte World, 157 a 154. Duello vinto, almeno moralmente, dall’europeo, che mette a referto un trentello mentre lo sfidante segna solo 18 punti.

Protagonista indiscusso della partita è un compagno di squadra di Towns, un’altra giovane speranza per Minnesota, Zach LaVine. Il ragazzo in questione sigla pure lui 30 punti a referto dando molto spettacolo con le sue schiacciate e il suo potenziale atletico, ma di questo avremo tempo per parlarne dopo: trofeo MVP (Most Valuable Player) della partita per lui.

TACO BELL SKILL CHALLENGE
È la gara meno sentita dal pubblico, ma anche la più tecnica, includendo tutti i fondamentali della pallacanestro i cui è richiesto il pallone: passaggio, tiro dalla media, in corsa, da lontano e slalom in palleggio.

Quest’anno è stato particolare poiché si è visto da una parte il tipico gruppo di playmaker e guardie, le quali di solito sono sempre presenti in questo contest, e dall’altra ali grandi e centri, solitamente estranei alla gara.

Dopo la fase eliminatoria sono giunti in finale i due rappresentanti delle fazioni rivali sopra citate: Isaiah Thomas, playmaker dei Boston Celtics, contro il centro Karl Anthony Towns, proprio lui, il Rocky del Rising Star, che sta volta però è uscito vincente dal campo di battaglia, bruciando in velocità il rivale.

FOOT LOCKER THREE POINT CONTEST
La classica gara dalla lunga distanza della NBA, che qualche anno fa ha visto trionfare pure un nostro connazionale, Marco Belinelli.

Consiste nel tirare e segnare quanti più possibili canestri da dietro l’arco dei tre punti in un minuto, con cinque postazioni disponibili. I partecipanti erano molti ma gli occhi di tutti erano puntati sugli “Splash Brothers” (dall’onomatopea americana utilizzata per indicare il canestro segnato): Stephen Curry, MVP dell’anno scorso, e Klay Thompson, sua spalla fedele che lo ha aiutato a conquistare il titolo l’anno scorso a Golden State con i loro Warriors.

In finale, infatti, ci vanno proprio loro due, e a spuntarla non è il figliol prodigo, ma il brutto anatroccolo che la lega si era quasi dimenticato: Klay brucia in finale Steph, segnando ben 27 punti nella finale, passando di cinque punti il compagno.

VERIZON SLAM DUNK CONTEST
La gara più richiesta del weekend, dove si vedono oggetti non identificati prendere il volo e non tornare più a terra prima di avere fatto qualche pirouette a mezz’aria ed aver scaraventato con prepotenza la palla dentro quel povero ferro circolare.

Gli sfidanti quest’anno sono stati Andre Drummond (gigante tutto muscoli dei Detroit Pistons), Will Barton (rookie dei Denver Nuggets), Aaron Gordon (ala degli Orlando Magic) e infine Zach LaVine, l’MVP del Rising Star, vincitore della competizione dell’anno scorso.

Drummond e Barton vengono subito tagliati fuori: la sfida è tra Gordon e Zach.

Le schiacciate, l’elevazione, la teatralità sono allucinanti: basti pensare che “Air” Gordon è arrivato a superare più di due metri e trenta centimetri di elevazione per farsi passare la palla sotto entrambe le gambe per infine inchiodare al ferro, arrivando con il mento ad altezza del canestro (3.15 metri).

Ma Zach è di un altro pianeta: salta dal tiro libero per concludere al ferro facendola passare sotto le gambe, manco un certo Michael Jordan riusciva a fare certe cose. Pieni voti per lui da parte della giuria e premio per lui, “back2back” come si dice in America.

NBA ALL STAR GAME
Fino ad ora ho parlato di eventi che hanno dimostrato quanto può essere bello e spettacolare questo sport, tra schiacciate, tiri da tre e abilità. Bene, cancellate tutto ciò. L’All Star Game non è niente di quello che abbiamo trattato prima. Ad essere sinceri, un vero giocatore di basket o almeno uno che se ne intende, non riconosce l’evento manco come partita di basket, ma lo targhetta come “circo” o alcuni (come il sottoscritto) “festival dell’ignoranza”.

La partita viene giocata dai giocatori più votati (e non MIGLIORI) delle due Conference che dividono l’America, East e West.

La difesa inesistente, le scelte di tiro forzate e le azioni disorganizzate rendono ridicola la partita e di conseguenza il punteggio: quest’anno la West ha sfiorato di soli tre punti la soglia dei 200, rendendo questo l’ASG con più punti segnati della storia della lega.

MVP a Russel Westbrook, playmaker degli Oklahoma City Thunder che ha realizzato 30 punti. Questo dimostra che chi, come il signore sopra citato, forza di più tiri in questa pagliacciata, per la legge dei grandi numeri e della difesa nulla, vince riconoscimenti, pubblicità e fama. Ma i giocatori sono altri (Westbrook infatti ha zero campionati vinti guarda caso). Il basket è un altro, miei cari, e piano piano si sta trasformando in una grande azione commerciale, fatta solo per vendere di più la canotta di Tizio rispetto a quella di Caio.

Lo stesso addio di Kobe Bryant, numero 24 dei Los Angeles Lakers, al basket professionistico ha trovato una ulteriore pubblicità nella partita delle stelle, oscurando così molto giovani in squadra con lui come Kawhi Leonard, stella dei nuovi San Antonio Spurs, o il nostro Danilo Gallinari, giocatore dei Denver Nuggets, manco convocato, ma vittima di questa mafia mediatica che è presente in America e soprattutto nella lega più bella e affascinante del mondo per molti.

Enrico Perrone

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