Il calapranzi

di Harold Pinter

con Paolo Tibaldi e Alessandro Cosentini

regia di Mario Bois

musiche di Enzo Fornione

traduzione di Alessandra Fornione

 

Un finale da lasciarti incollato alla sedia a fissare il sipario chiuso dieci minuti dopo la fine dello spettacolo. E non semplicemente stupito, non solo deluso o adirato. Rimani lì a interrogarti. A chiederti se è veramente successo ciò che ti pare di aver visto. Allora lentamente ripercorri dall’inizio tutti i movimenti, i gesti, le parole, provi a guardare oltre, e ti accorgi che quel finale è stato costruito a poco a poco, anche se non hai voluto accorgertene, scorgi indizi che di primo impatto non eri riuscito a cogliere, e con un po’ d’amarezza prendi definitivamente consapevolezza di quella indigesta conclusione.

 

Avviene questa nella stessa piccola stanza dove si incontrano i due protagonisti per la prima volta, e dalla quale essi non escono mai, eccezion fatta per qualche piccola visita di Gus (Paolo Tibaldi) alla cucina, spesso su esortazione del freddo e scocciato collega Ben (Alessandro Cosentini). Cucina per nulla funzionante, ma nella quale Gus trova un servizio di cui si innamora e per il quale spreca le lodi; bellezza, quella di una tazzina in particolare, che ben lo distrae e quasi protegge dal disordinato e malsano ambiente in cui è costretto a passare la notte, costituito da niente più che due letti e qualche scaffale con pochi oggetti poggiati sopra, in una stanza senza finestre di un sotterraneo di un palazzo di cui non si conosce nulla. Alloggio al quale peraltro Ben si adatta senza problemi, apparentemente concentrato sul lavoro, semplicemente in attesa della solita chiamata, alla quale seguirà come sempre lo stesso svolgimento pulito del crimine, per poi ricevere l’incarico successivo. Ben è una macchina, un distaccato esecutore che odia porsi domande e odia quando gli altri gliene pongono, distraendolo dalla lettura del giornale che ormai conosce a memoria. Al contrario Gus, la gamba debole del tavolo, problematico ragazzo dagli atteggiamenti autistici, maniaco dell’ordine, con l’abito impeccabile, dipendente dal tè e dalle sigarette, sente nascere dentro di sé interrogativi che non riesce a tenere nascosti ma, ingenuo,  nemmeno lo vuole. Sarà lui a infilare timorosamente le mani nel calapranzi, ma sarà Ben, con i suoi abiti comodi e i suoi anfibi neri, con la sua pistola carica e appena lucidata, con la sua determinazione e autorità di anello forte e dall’altra la sua fragilità interiore che si manifesta con sempre maggiore evidenza, a leggere gli improbabili biglietti con ordinazioni provenienti da un ipotizzato bar situato ai piani superiori, a parlare nell’interfono , e infine a compiere il gesto decisivo che si trascina dietro la parola “fine”.

Il tutto, da prima che i personaggi comincino a parlare fino a dopo che abbiamo finito, accompagnato, guidato, quasi deciso dalle musiche appositamente composte e suonate dal vivo di Enzo Fornione, che magistralmente prende per mano ogni scena e la rende viva, energica.

La nascita di dubbi che deriva semplicemente dall’aver riflettuto, una sicurezza e una forza di facciata che permettono alle nostre paure di corroderci il cuore. Uno scossone che ti pone in guardia e ti invita ad ascoltarti, in silenzio.

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